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Un metaforico colloquio di counseling

DI ALESSANDRA CORA'

Provate ad immaginare ampie praterie, dove vivono tribù nomadi, tra alte montagne dai panorami sconfinati e mozzafiato, provate ad immaginare: osservando tutto questo con gli occhi di un’aquila reale. Non parliamo di un’aquila qualsiasi, no, questa è l’esemplare più grande al mondo, che raggiunge un’apertura alare di 2,30 metri e arriva a pesare 6-7 kg. Tutto questo si trova nel territorio meno popolato della terra, nella Mongolia nord occidentale è qui che è ambientata la storia vera del docu-film La principessa e l’Aquila del regista Otto Bell.

Una storia che affascina non solo per i panorami di un territorio così lontano e direi incontaminato ma per la bellezza delle relazioni che fa risaltare.

La protagonista è Aisholpan, una ragazzina di tredici anni dallo sguardo solare e dal sorriso che apre il cuore alla gioia e che diventerà nella millenaria tradizione di quel luogo la prima cacciatrice donna. Cacciatrice che caccia con l’Aquila Reale. Da sempre Aisholpan è affascinata dal padre, addestratore di aquile e cacciatore e ne vuole seguire le orme. Quello con l’aquila è un rapporto di grande rispetto e amore, bisogna entrare in sintonia e poi in empatia con questo animale che è tutto fuor che un animale domestico, la relazione che si crea tra addestratore e aquila è molto forte, l’uno comprende le esigenze dell’altro e dopo sei anni di ligio servizio, l’aquila viene riportata in montagna e viene liberata; perché viva la sua vita libera che le permetterà di chiudere il cerchio della sua esistenza, viene portata su di una vetta offrendo a lei un capretto, ringraziandola per il servizio reso e ringraziando Dio per l’opportunità data. L’uomo si serve della natura per sopravvivere, ma allo stesso tempo comprende l’importanza di non legare a se per sempre l’animale, perché è di madre natura e a lei va riportato. Il film è molto lineare e semplice e permette a chi lo vede di focalizzarsi sui contenuti delle relazioni tra figlia, padre e aquila non che sulla spettacolarità del paesaggio.

La relazione tra padre e figlia è armoniosa; questo papà comprende le potenzialità della ragazzina, sa che questo desiderio scardinerà le regole di una tradizione che da duemila anni viene tramandata da padre in figlio. Aisholpan sarà bersaglio dei pregiudizi dei saggi anziani che non faciliteranno la ragazzina verso questo suo desiderio, mai si è visto una donna cacciatrice. Tuttavia il padre osservando l’amore che Aisholpan ha nei confronti di questo animale così particolare e di tutte le persone che la circondano, la asseconda perché pensa che non ci debbano essere differenze tra uomini e donne.

Aisholpan inizia così la fase di addestratrice, che comincerà cercando un aquilotto tutto suo, con le benedizioni del nonno e del padre; il tutto avverrà attraverso un semplice rito che viene offerto a Dio. L’amore del padre verso la figlia è lo stesso che Aisholpan dona al suo aquilotto, lo cura, lo imbocca, lo coccola, lo accompagna verso questa avventura che faranno insieme. È un conoscersi reiproco, che è fatto di suoni, di richiami, di fiducia. Le difficoltà ci sono, non è un’impresa facile, eppure Aisholpan crede in se stessa e nella fiducia che il padre ripone in lei, sono legami d’amore, di unione fisica e spirituale. La bellezza sta proprio nella semplicità di accogliere ciò che siamo, potenziando le qualità che ognuno ha insito in sé, perché se una ragazzina non ha la forza di un uomo, tuttavia la dolcezza, la determinazione, la grazia, il coraggio la possono portare a realizzare ciò a cui mai prima nessuna donna aveva osato. Questo avviene perché in questo percorso c’è chi crede in lei e con amore la rincuora, la sprona, la corregge quando sbaglia e le resta sempre accanto. Un film che rappresenta un metaforico colloquio di counseling, dove il padre comprende che in quella steppa lontana la tradizione può continuare il suo corso attraverso il cambiamento ed è mediante la relazione d’affetto con il papà che Aisholpan supera le difficoltà sottolineando che se anche tutto ci rema contro nulla è impossibile.

Dove la natura è ostile uomo e animale si combattono per la sopravvivenza, tuttavia se ci si connette a qualcosa di superiore che va oltre, anche l’animale più rapace può entrare in relazione con l’uomo e questo può avvenire quando si entra nella sfera empatica, dove si comunica attraverso quel sé che accomuna ogni essere vivente.

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