Skip to main content

L’uomo non è che desiderio

DI ALESSANDRA CORA'

“In verità si dice anche che l’uomo è fatto di desiderio: ma quale è il desiderio, tale è la volontà, quale è la volontà, tale è l’azione, quale è l’azione, tale è il risultato che ne consegue.”

La frase sopra citata è tratta dalla Brihadharanyaka-Upanishad ed è stata per me il leitmotive del film che ho recentemente visto: “The Place”, di Paolo Genovese.


La Trama: Ispirato alla serie “The Booth at the end”, in “The Place” il protagonista è enigmatico e misterioso, siede al tavolo di un ristorante, sempre lo stesso, ed è pronto ad esaudire i più grandi desideri di otto avventori, in cambio però di alcuni “compiti” da svolgere. Quanto saranno disposti a mettersi in gioco queste persone per veder realizzati i loro desideri? Accetteranno tutti le sfide che questo enigmatico protagonista lancia loro?

Il regista Paolo Genovese sa affrontare temi molto particolari, gli piace andare oltre le facciate delle persone. Già con “Perfetti Sconosciuti” aveva offerto uno spaccato interessante delle dinamiche delle coppie, mentre con questo film va molto oltre, nella profondità della psiche umana, e si interroga su un aspetto comune a tutti: la felicità. La felicità per questi otto personaggi è determinata dalla realizzazione di un desiderio particolare a cui è legato un profondo attaccamento.
Sebbene il film sia ambientato sempre e solo dentro un ristorante, non è mai noioso o pesante, si viene catapultati dentro storie personali, tutte drammatiche, raccontate da persone che cercano di risolvere i loro problemi chiedendo aiuto a questo strano personaggio, di cui non si sa nulla, di cui non viene detto nulla, nemmeno il nome. Possiede un quaderno nero, tutto scritto, che consulta ogni qualvolta le otto persone lo interpellano, allorquando chiede, scrive dettagli e traccia linee di collegamento.
Quello che il film vuol mettere in evidenza è che l’essere umano per ottenere ciò che vuole è disposto a tutto, anche a fare cose impensabili, perché i “compiti” che elargisce questo misterioso protagonista non sono di alto risvolto morale, anzi tutt’altro; è anche vero che queste persone sono così prese dai loro drammi che non riescono a vedere oltre. Nel suo procedere, il protagonista cerca di fare entrare queste otto persone in ciò che provano, per portarle a capire che non sono obbligate a fare ciò che lui chiede in pegno, perché hanno sempre un’altra possibilità di scelta, la loro; tuttavia, una tale responsabilizzazione rende tutto più complicato, bisogna scegliere di guardarsi dentro, di affrontare paure e fantasmi, così si preferisce accettare e fare cose abominevoli, contro ogni morale. Il film fa inoltre osservare come siamo tutti strettamente collegati, perchè le storie di questi otto avventori si intrecciano, creando sovrapposizioni e situazioni di causa-effetto-reazione, che si possono spiegare attraverso la teoria della reciprocazione delle azioni, il karma.
L’identità del protagonista, come dicevo, non viene mai svelata e viene lasciata all'immaginazione dello spettatore, che trarrà da solo le conclusioni. Il film mi ha molto colpito ed emozionato, ho provato ansia, orrore, disgusto, compassione e mi sono commossa quando i vari personaggi arrivano a guardarsi dentro e a porsi la domanda: “Perché arrivare a tanto?”
Se all’inizio pensavo che il protagonista potesse essere uno psicologo che stava studiando le reazioni delle persone, poi mano a mano che la storia si srotolava sono arrivata a credere che potesse essere Dio, si proprio Lui, che seduto al tavolo di un ristorante ascolta le preghiere della gente che gli si avvicinano, i quali supplicano e chiedono qualsiasi cosa come se fosse il genio della lampada, una sfregatina e via… tutto risolto. Ma non è cosi che funziona…!
In una intervista hanno chiesto a Valerio Mastandrea, che nel film interpreta il personaggio del protagonista, se la sua figura rappresenta il diavolo, visto cosa chiede di fare agli otto avventori; lui risponde: “Peggio, sono il riflesso di ogni personaggio che si rivolge a me…!”

Mi piaceva l’idea che questo personaggio potesse essere Dio in mezzo agli uomini, in un posto comune, dove la gente si ritrova e dove condivide… con quel suo grosso quaderno scritto, che racchiude le notizie di ogni persona e di ogni intreccio di chi si rivolge a lui. Gli piacciono i dettagli di come sviluppano i “compiti” che ha assegnato e poi quel misterioso tracciar collegamenti… come se sapesse molto di più di ciò che fa credere… Certo, qualcuno potrebbe dire: “Ma secondo te, se fosse Dio, in cambio di una preghiera di aiuto, di un desiderio, chiederebbe in pegno cose tanto aberranti?” Perché no? Lui non obbliga nessuno a fare nulla, anzi, nella pellicola viene sottolineato spesso che ognuno può sempre decidere diversamente.
“Cosa provi dentro di te in merito a ciò che ti ho chiesto di fare?”
È il quesito che più di una volta il protagonista pone ai suoi avventori. Una domanda a cui loro spesso svincolano a volte arrabbiandosi e a cui rispondono solo quando sono al limite e quando hanno bisogno di condividere le emozioni; allora rispondono “vomitando” il loro dolore e i loro sensi di colpa. In quel momento il protagonista li ascolta ancora più attentamente, perché finalmente riescono ad entrare in profondità dentro se stessi, oltre le maschere, perché là devono andare. E lì, nel film, come nella vita reale, ci si perde nell’esterno di noi, pensando che senza quel desiderio realizzato sia impossibile vivere, cercando nel turbinio della crisi la via che sembra più “facile”, costi quel che costi, senza pensare ai valori, alle conseguenze, alla possibilità che tutto vada come deve andare comunque. Ogni desiderio, come dice la Brihadharanyaka-Upanishad, sviluppa volontà, tuttavia bisogna sempre capire ed osservare che tipo di motivazione spinge a tale desiderio perché quel tipo di volontà che si svilupperà porterà un certo tipo di azione e alla sua conseguente reazione… Questo è molto importante e spesso lo trascuriamo, perché ci facciamo trasportare dalle emozioni, perché ci facciamo guidare dal nostro ego. Questo ipotetico Dio a mio avviso mette alla prova così duramente, perché sa che se l’uomo vuole, può ascoltare la voce che arriva dal suo profondo, dalla sua parte più vera e là, in quel luogo incontaminato, può trovare altre prospettive, altre soluzioni, ovviamente con il giusto aiuto… può trovare se stesso. Certo, questo implica di accettare la morte di qualcuno, di accogliere un padre violento che vuole ritrovare l’amore di suo figlio, di accettarsi per ciò che siamo, di riscoprire Dio dentro di noi.
Ogni essere umano ha sempre la possibilità di scegliere, in ogni momento, perché dotato di libero arbitrio, tuttavia gli ostacoli si generano autonomamente, attraverso gli attaccamenti e i condizionamenti. Un film che porta a riflettere, che ispira a guardare più attentamente a ciò che ci circonda e cosa siamo disposti a fare, presi dalla disperazione per le difficoltà che ci affliggono e porta ad osservare come ci poniamo verso tali difficoltà, a ponderare chi scegliamo quando chiediamo aiuto. Non siamo soli, ma non possiamo pretendere che tutto non abbia un prezzo e il prezzo non lo mette Dio ma lo mettiamo da soli, con le nostre azioni, con le nostre motivazioni, ogni volta che scegliamo di non guardarci dentro e di non ascoltare il nostro cuore, di non ascoltare con fiducia la vera voce di Dio.