NOI, SOSTENITORI DELL’INTENSITA’ DELLA VITA. Tra la pesantezza e la leggerezza

PAOLA DE PAOLIS FOGLIETTA

Nelle esercitazioni dei laboratorio durante i seminari di counseling, nelle triadi e nell’osservare i colloqui degli altri, ma soprattutto mentre ho una persona davanti che mi parla della sua crisi, sono arrivata a una conclusione. Per lavorare nelle professioni di aiuto o da psicoterapeuta bisogna essere “pesanti”. Ascoltare, fare delle domande, entrare dentro l’emozione, uscirne, rimanere stabile nel distacco emotivo, rimanere stabile nel campo emotivo della persona, non mollare, non fuggire, stabile, ancorato, non mollare, concentrato. Capite cosa intendo? Bisogna avere i piedi piombati, bisogna essere pesanti per rimanere lì con la persona, non leggeri.

Come in tutte le cose serie della vita, che si definiscono appunto “gravi”, perché indicano la pesantezza della gravità, così nel colloquio in cui si esprime la vita nel suo cuore, nella sua intensità, è necessario essere pesanti, radicati, stabili. Da qui il termine sanscrito guru.
Naturalmente se si hanno i piedi troppo per terra non ci si riesce nemmeno a mettere i pantaloni (o a toglierli), quindi non sto facendo necessariamente un elogio alla qualità della pesantezza, anche se è tra le più straordinarie e criticate delle virtù umane.
Dall’altra parte abbiamo Il Centro Studi Bhaktivedanta, che ci ispira alla trascendenza come via della perfezione dell’essere umano. Siamo immersi nella materia, ma non apparteniamo ad essa, non è qui il nostro fine ultimo. Cioè è qui, ma questo “qui “ non si può toccare, ma solo sentire con un certo tipo di antenne ed è eterno perché lo portiamo di vita in vita.
Da una parte pesantezza, dall’altra leggerezza. Dobbiamo essere pesanti o leggeri? La vita sembra proporci una terza via: siate intensi!
Come si fa? L’esperienza ce lo insegna a cominciare dalla nostra realtà (interiore) che è una danza di opposti, intrappolati come siamo nella griglia dualistica dell’esistenza, o per dirla in termini relazionali, di “conflitti”.
Che cos’è il conflitto se non l’inferno del dualismo? Come la maggior parte di noi fanno, viviamo una parte della nostra vita in un aspetto del nostro carattere e l’altra parte nell’altro aspetto opposto e questo non ci fa sentire molto bene , perché ci crea dei problemi di identità. Siamo questo o siamo quello? Se vogliamo una cosa, scontentiamo l’altra parte, se facciamo l’altra ci pungola un’altra istanza. A volte scegliamo la parte migliore di noi, ma lasciare l’altra nell’ombra non ci fa sentire autentici, forse ipocriti.
Forse l’obbiettivo non è essere bianco o essere nero, essere una figura stereotipata, fisso, con un unico modo di vedere, cristallizzati in una posizione rigida. Se succede significa che ci stiamo difendendo dalla complessità della vita, stiamo fuggendo. Questa non è coerenza, è essere noiosi. Forse l’obbiettivo è essere qualcosa di mobile , che mantiene un equilibrio tra gli opposti, funamboli, che danno valore ad ogni aspetto contraddittorio della propria interiorità, orchestrandolo in una bella sinfonia.
Calibrarsi tra gli opposti. Appoggiarsi da una parte e dall’altra per rimanere in piedi, attenti, in ascolto, saldi nella precarietà.
L’insegnamento più intenso che ho ricevuto dalla mia formazione cristiana è quello della Croce. Insegnamento che io ho vissuto con frasi del tipo: stai lì, rimani, non fuggire dalla tua storia, vivila, paga il debito, è giusto per te. Tuttavia a volte nel tentativo tenace di fare la volontà di Dio si rischia di marcire a stare lì, non muoversi, accettare. In fin dei contri la Croce indica due direzioni, una dal basso verso l’alto in verticale (e viceversa) e una da destra a sinistra (e viceversa) in orizzontale.
Per essere intensi e superare la conflittualità della nostra vita, che ci farà pur soffrire, ma ci tiene vivi, è necessario prenderci cura degli opposti e lavorare su di loro in continuazione, come metodo. Almeno io provo a fare così, è la mia esperienza e non so se sia giusta. Se riuscirò a farla funzionare bene lo comunicherò.
Allora potremmo essere giustamente pesanti per affrontare le dure sfide emotive del dialogo nel counseling e trovare anche la leggerezza adeguata per trascendere ciò che c’è di più grossolano nel procedimento alchemico della relazione.

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