Scienza magia e religione

PAOLA DE PAOLIS FOGLIETTA

Pensate che ci sia molta differenza tra magia e scienza? Non crediate che siano così lontane, anzi a sentire James Frazer, uno dei primi antropologhi che ci hanno parlato delle credenze e abitudini dei popoli primitivi – prima di Mircea Eliade- la scienza nasce proprio dalla magia.

Sia per la magia che per la scienza, la successione degli eventi è considerata perfettamente regolare e certa, essendo determinata da leggi la cui azione può essere calcolata precisamente. “Gli elementi di capriccio, di caso, di accidente, sono banditi dal corso della natura: chi la conosce può dominarla” (cit )*

Per la magia, tuttavia, il problema non è nella teoria generale di una serie di eventi determinati da leggi, ma nella sua totale erronea interpretazione della natura nelle leggi particolari che governano quella sequenza. Se questa sequenza (delle leggi naturali) viene legittimamente applicata, con una coerenza costante e invariabile, che ha sempre lo stesso risultato, allora diventa scienza. E’ sulla natura e le sue leggi la base di questa distinzione. Per fare esempi concreti, tra i Daiachi della costa, a Bantin nel Sarawak (popoli primitivi nel Borneo),mentre gli uomini erano lontani a combattere, le donne osservavano scrupolosamente un elaborato codice di regole . Si dovevano svegliare prestissimo la mattina e aprire le finestre appena cominciava la luce, altrimenti i loro mariti assenti avrebbero dormito troppo. Le donne non dovrebbero oliarsi i capelli altrimenti gli uomini sarebbero scivolati. Non dovrebbero né dormire né sonnecchiare durante il giorno sennò la stessa cosa accadrebbe ai loro uomini con il rischio di essere uccisi in guerra e così via. Questi esempi di magia simpatica e telepatica a distanza, sono solo alcuni degli innumerevoli esempi di credenze che hanno in comune tutti i popoli primitivi che coltivano il pensiero magico. Credere che se perdi un dente o una ciocca di capelli tagliata viene bruciata o rosicchiata da un topo questo potrebbe danneggiare la persona stessa a cui appartenevano quei denti e quei capelli, è un pensiero magico.

In altri popoli primitivi esistevano dei riti per far sorgere il sole o per farlo tramontare. E fatalità, funzionavano tutte le mattine e tutte le sere, che straordinaria magia…

La magia è un osservare gli elementi e le leggi fisiche – come fa lo scienziato- ma traendone delle conclusioni arbitrarie che non sempre danno lo stesso risultato, oppure danno risultati ovvi. Sarà poi il mago ad interpretare quei risultati a seconda delle necessità della tribù e grazie al suo carisma per trovare un significato a quegli eventi.

La scienza ipotizza delle teorie che devono essere comprovate con esperimenti e risultati oggettivi, sempre uguali. Una necessita l’immaginazione e l’altra la logica. Entrambi sono stati sempre un potente stimolo alla ricerca della conoscenza.

Nel suo saggio di ottocento pagine, che metterebbe in soggezione se l’edizione della Bollati Boringhieri non lo avesse reso più maneggiabile e smart, Frazer aggiunge un altro concetto, che si oppone pesantemente alle Scienza e alla Magia (ovvero la scienza “bastarda”) ossia : la religione.

Secondo l’autore la religione è “il propiziarsi e il conciliarsi le potenze superiori all’uomo, supposte a dirigere e controllare il corso della natura e della vita umana. Così definita, la religione consiste di due elementi, uno teoretico e uno pratico: la credenza della divinità e le azioni per propiziarsela”. Lo scopo naturalmente è piacere alla divinità e se alla divinità piace la carità, la pietà e la purezza , tanto meglio per i devoti, piuttosto che le offerte di agnelli sgozzati o sacrifici di altro tipo.

La religione implica la credenza in esseri sovraumani che governano il mondo e nell’ottenere il loro favore, l’uomo può variare il corso della natura, degli eventi, persuadendo entità superiori grazie alla loro condotta esemplare. Si capisce allora l’inconciliabilità tra religione da una parte e scienza a e magia dall’altra. La prima può agire sugli elementi attraverso la fede degli uomini che intercede con gli esseri superiori, le seconde credono che i processi della natura sono rigidi e invariabili nel loro operare e che non possono essere deviati dal loro corso. Né dalla persuasione, né dalla supplica, né dalla minaccia, né dall’intimidazione.

Per la domanda fondamentale “le forze che governano il mondo sono consce e personali, oppure inconsce e impersonali?” La religione in quanto conciliazione delle forze sovraumane, ammette la prima definizione di questa domanda.

Per tale ragione il sacerdote ha spesso perseguitato il mago (e lo scienziato) perché la superba sicurezza di quest’ultimo nei confronti delle più alte potenze e la sua imperturbabile pretesa di esercitare un dominio sulla natura, faceva inorridire il sacerdote, che la trovava blasfema.

Questo per ciò che riguarda le credenze dei popoli primitivi e solo un po' alla volta le menti più profonde sono transitate verso la religione, verso cioè il riconoscimento che esiste qualcosa di più grande di noi che non possiamo controllare.

Se siete arrivati fino a qui a leggere a questo punto vi domanderete qual è la conclusione.

L’approccio delle religioni primitive e delle credenze naturali hanno una caratteristica di infantile abbandono, in cui la persona diventa l’oggetto nella relazione tra cosmo/divinità, oppure vittima, in ogni caso, nel bene o nel male subisce l’azione di una presenza immensa, soverchiante e misteriosa.

Noi potremmo essere immersi in un mondo tecnologico di alto livello o vivere in una grande città, ma potremmo avere nel cuore delle credenze primitive. Per esempio pensando che quello che ci accade nella vita non è nella nostra responsabilità, ma è “destino”, oppure ritenendo altre persone o eventi o circostanze responsabili della nostra sventura o fortuna.

Nella visione occidentale di orientamento psicanalitico, il concetto di “fare anima” per usare un’espressione cara al poeta Keats prima, e resa più conosciuta da James Hillman, è un impegno che ogni uomo è chiamato a prendere ed è il risultato di un lungo processo interiore di integrazione dell’Io, attraverso l’ascolto della vita e dei contenuti inconsci e il rispetto della propria sfera emozionale e altrui.

Per la scultura sciamanica nasciamo con uno spirito, ma l’anima vera e propria può essere formata solo da noi, sviluppando i talenti e le virtù ed entrando nella vita con una connessione sempre più profonda con lo spirito. Si può morire anche senza anima e forse quella è la peggiore dannazione, perché non ci sarà posto per noi né in paradiso, né all’inferno.

Secondo la filosofia vedica noi siamo Atman, energia spirituale che trascende quella materiale, scintille divine pure, instillate nel cuore di ogni essere vivente. Anche in questo caso nulla è gratis, ma c’è un lavoro da fare. Il lavoro è sui propri condizionamenti, derivati dalle memorie inconsce (samskara) e dagli innumerevoli involucri che deformano la nostra visione della realtà così com’è. Non si tratta di “fare anima”, come in occidente in cui la psiche e l’anima coincidono, perché l’anima nel senso vedico semplicemente “è” e non può non essere, ma si tratta di ripulirla dai condizionamenti, si tratta di amplificarla, di farla brillare per non ricadere nei cicli karmici che incastrano il soggetto nella materia.

Per concludere, se vogliamo essere persone evolute dobbiamo lavorare su di noi, non basta essere brave persone, pulite ed educate, è necessario vincere i propri meccanismi meccanici e andare contro la corrente naturale dei nostri comportamenti automatici. Se vogliamo seguire la corrente, invece, non saremo molto diversi dai primitivi del Borneo e incolperemo sempre tutto il mondo della nostra sofferenza.

Se volete sapere come si fa a diventare, o almeno provarci, quel tipo di persone evolute, vi incoraggio a prendere informazioni sui Corsi di formazione del Centro Studi Bhaktivedanta. Io sto seguendo il Corso di formazione in Counseling, e devo dire che la mia visione sulla vita e sul Sendo si sta allargando smepre più ...

*James Georges Frazer, Il ramo d’oro, ed. Bollati Boringhieri, 2012, Torino.

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