10
August
2015

E' sempre corretto dire la verità? - II parte

Riflessioni sulla verità nella Psicologia Yoga - di Andrea Boni

La Scienza della Meditazione - Marco Ferrini Counseling CSB

Il primo ricorda la figura di “colui che pretende di dire la verità dappertutto, in ogni momento e a chiunque”, ma chi agisce così “è un cinico che esibisce soltanto un morto simulacro della verità”. Il secondo personifica una concezione secondo la quale il rapporto umano è più importante della descrizione oggettiva di come stanno effettivamente le cose, una concezione della vita al vertice della quale c’è la relazionalità dell’essere e che individua il criterio decisivo nell’incremento della qualità delle relazioni. Nel primo caso la verità è qualcosa di statico, è un dato di fatto: il padre è ubriaco punto e basta, poche chiacchiere. Nel secondo caso la verità è qualcosa di dinamico, più esattamente di relazionale, che sa collocare il dato di fatto dell’ubriachezza del padre nel contesto più ampio di un figlio costretto a riconoscerla pubblicamente di fronte al maestro e ai compagni di classe e che per questo, negandola a un primo livello (quello dell’esattezza), la serve a un livello più alto (quello della relazione). Nel primo caso la verità si dice, si riconosce, si dichiara, si professa. Nel secondo caso la verità si fa, si attua, si realizza, si costruisce. Nel primo caso la verità è un dato, una tesi, una dottrina, un dogma. Nel secondo caso la verità è un processo, un evento, una relazione, un sistema. Nel primo caso chi nega la verità dice un’eresia. Nel secondo caso chi nega la verità agisce ingiustamente.

La seconda prospettiva è quella di Bonhoeffer, e anche la mia. Scrive il grande teologo che “la parola veridica non è una grandezza costante in sé: è vivente come la vita stessa. Quando essa si distacca dalla vita e dal rapporto concreto con il prossimo, quando qualcuno dice la verità senza tenere conto della persona a cui parla, c’è l’apparenza ma non la sostanza della verità”. Era anche la posizione di Gesù, per il quale la verità è una grandezza che si fa, non una dottrina che si professa, e per questo diceva “chi fa la verità viene alla luce” (Giovanni 3,21).

Forse inizia a risultare chiaro che la verità non si dà senza lavoro umano, il lavoro di chi ama il bene e la giustizia e vuole realizzarli anche a costo di pagare un prezzo, come probabilmente sarà stato il caso del secondo ragazzo per aver perso i favori del maestro. La verità è qualcosa che si muove, esattamente come si muove la vita, perché la verità è la vita buona, la vita autentica. La figura più alta della verità è quella del bene e della giustizia, verità come bene e giustizia per gli uomini. Verità è un concetto integrale, che riguarda tutte le dimensioni umane. Questo concetto di verità è in grado di contenere in sé anche il negativo, anche il falso e l’errore, ed è davvero universale. Viene alla mente il motto episcopale del cardinale Carlo Maria Martini: “Pro veritate adversa diligere”. Ne viene che la verità si attinge solo superando il piano immediato dell’essere, quello dell’esatto e del suo contrario. La verità supera il piano immediato dell’essere, supera “questo mondo”, e risulta una costruzione spirituale, una creazione sovra-naturale (non sovrannaturale, nel senso miracolistico di violazione delle leggi fisiche, ma sovra-naturale, nel senso che al dato naturale si aggiunge il lavoro dello spirito umano).

Un maestro chiede a un bambino davanti a tutta la classe se suo padre è alcolizzato. La verità è che lo è, ma il bambino risponde di no. La sua affermazione però non è una menzogna, ma una custodia a un livello superiore della verità, della verità che non è riducibile all’esattezza, ma che è anche misura, giustizia, bene, bellezza, decoro. E il compagno che lo contraddice per ristabilire la verità oggettiva dell’alcolismo del padre non serve la verità ma ne fa un uso cinico, magari per fare bella figura davanti al maestro, e così la tradisce. La verità si attinge solo quando si ha a cuore l’intero. Essa non è solo esattezza, ma soprattutto bene e giustizia, cioè saggezza nell’utilizzazione del dato esatto. La verità è molto più che esattezza, perché l’esattezza dice solo un aspetto particolare della realtà. La verità invece è l’intero delle relazioni, e in essa si può entrare solo mediante l’adeguazione della nostra intelligenza e della nostra volontà alla totalità del reale, un’adeguazione che richiede grande intelligenza emotiva e grande umiltà. (testi tratti da Vito Mancuso, ”La vita autentica", 114-119)

Possiamo quindi concludere come anche Bonhoeffer sia giunto alle conclusioni dei Rishi Vedici intuendo il concetto di verità posta sul piano superiore (ritam) piuttosto che sul piano inferiore, nominale (satyam). E’ chiaro che il piano ritam richieda un livello di consapevolezza superiore, che non è accessibile a coloro che sono ancora “grossi”, che hanno ancora degli aspetti appunto grossolani del carattere che devono ammorbidire. La verità ritam è consentita a coloro che vivono sul piano di sattvaguna e come tali dotati di una sensibilità speciale che consente loro cosa dire, quando e come. Non è poco acquisire questa capacità nel mondo di oggi…

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