03
August
2015

E' sempre corretto dire la verità? - I parte

Riflessioni sulla verità nella Psicologia Yoga - di Andrea Boni

La Scienza della Meditazione - Marco Ferrini Counseling CSB

E’ sempre corretto dire la verità? Fin da quando eravamo bambini siamo sempre stati educati che “bisogna dire la verità”, non dire bugie, non dire falsa testimonianza, ecc. Anche Patanjali nei suoi Yama introduce il concetto di “non affermare la falsità” mediante l’impostazione di un linguaggio veritiero, pulito, puro, che non danneggi il prossimo. Questo è un concetto molto importante che influisce in modo determinante sulle nostre relazioni. I Veda ed in particolare la Psicologia Yoga introducono in realtà un concetto molto più ampio di verità, tanto che il termine “verità” è solitamente tradotto con tre diverse accezioni:

— satyam

— ritam

— tattva

Satyam è la verità sul piano nominale, quella diretta, forse quella a cui tutti siamo stati educati: il “non dire falsità”. Vedo davanti a me una donna e dico: quella è una donna. Se dicessi: quello è un uomo, esprimerei una falsità.

Ritam è un pochino più difficile da comprendere. Appartiene ad un livello più sottile, ad una idealità superiore, che garantisce appunto un ideale che può riguardare l’ambito relazionale, la patria, o quant’altro possa essere inserito nella sfera valoriale profonda dell'individuo.

Tattva è ancora più difficile da comprendere: riguarda infatti il piano trascendente, quindi trascende anche l’idealità. E’ il livello cui possono accedere solo le anime pure, che vedono oltre il piano materiale e quindi pur compiendo atti, o esprimendo parole, che apparentemente sono tra di loro in contraddizione, in realtà non lo sono perché il loro fondamento è la trascendenza, e quindi tali parole sono vere, valide, su quel piano. Mi viene in mente il Signore Gesù, ambasciatore dell’Amore incondizionato, della pace, della non violenza, del “porgi l’altra guancia” che, entrato in Gerusalemme in visita al Tempio, inveisce “incollerito” contro coloro che facevano del Tempio un luogo di commercio e degrado, privi di ogni rispetto verso Dio. Apparentemente il suo comportamento sembrerebbe essere in contraddizione con i suoi insegnamenti, in realtà il Cristo e fermamente situato nel tattva. Molto difficile da capire, per questo le grandi anime sono acintya, inconcepibili.

Vista la difficoltà del piano tattva, concentriamoci qui sulla differenza che sussiste tra satyam e ritam. Per fare ciò è utile fare riferimento al seguente brano che si ispira ad un saggio di Bonhoeffer, un noto teologo vissuto in Germania durante il periodo nazista e che al nazismo si oppose con grande coraggio e dignità, finendo per essere assassinato per impiccagione in un campo di concentramento poco prima dell’arrivo degli alleati. Bonhoeffer stava lavorando a un libro sull’etica ed in particolare in quel contesto stava investigando proprio il concetto di verità. Bonhoeffer si interroga: “Che cosa significa dire la verità?”. Le riflessioni a cui arriva sono molto interessanti e sono state riprese e commentate da Vito Mancuso in un suo famoso libro:

“Un maestro chiede a un bambino dinanzi a tutta la classe se è vero che suo padre spesso torni a casa ubriaco. E vero, ma il bambino nega [...]. Nel rispondere negativamente alla domanda del maestro, egli dice effettivamente il falso, ma in pari tempo esprime una verità, cioè che la famiglia è un’istituzione sui generis nella quale il maestro non ha diritto di immischiarsi. Si può dire che la risposta del bambino è una bugia, ma è una bugia che contiene più verità, ossia che è più conforme alla verità che non una risposta in cui egli avesse ammesso davanti a tutta la classe la debolezza paterna”.

In questo contesto la “verità” che sta esprimendo il bambino non è sul piano satyam ma ritam, quindi appartenente ad un’idealità: quella di salvaguardare la dignità e la relazione della sua famiglia.

Vito Mancuso prosegue: “Bonhoeffer dice che una bugia, un’esplicita negazione della verità e come tale un’affermazione falsa (mio padre non è un ubriacone), può contenere più verità di un’affermazione in sé vera (mio padre è un ubriacone). Con ciò egli profila una concezione della verità a più dimensioni, per illustrare la quale mi permetto di proseguire l’esempio. In quella classe ci sono due ragazzi che abita vicino all’interrogato e sanno perfettamente come stanno le cose. Uno di loro, per dovere di precisione, si alza in piedi e dice di conoscere benissimo qual è la realtà dei fatti ossia che il padre torna spesso ubriaco. L’altro, però, interviene dicendo che non è per nulla così, che il ragazzo che ha appena parlato si sbaglia perché confonde il padre del ragazzo interrogato con un altro uomo, e che lui, che abita proprio li accanto, può garantire che le cose stanno effettivamente così. Chi tra questi due ragazzi dice la verità?

La seconda parte verrà pubblicata lunedì 10 Agosto.

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Commenti (3)

  • Radha
    Radha
    03 August 2015 at 16:13 |

    Penso che entrambi possano avere ragione. da punti di vista differenti. Uno protegge l'intimità della famiglia del suo amico, l'altro dice quello che vede realmente ma non si preoccupa del pudore del suo amico
    Ma penso che sia indispensabile che il ragazzo, il cui padre è un ubriacone sia consapevole di quello che è suo padre e si possa comportare di conseguenza nell'ambito famigliare.

  • Rosalba
    Rosalba
    05 August 2015 at 09:04 |

    ho letto ciò che hai inviato "Dal piacere alla Beatitudine", e riflettendo un pò sulla mia vita penso di essermi soffermata al piacere, forse sfiorato la felicità, ma la gioia stabile, non soggetta alle modificazioni, non so neanche dove sia di casa!
    Studiando e frequentando il Corso di Counseling sono arrivata ad uno stadio di tranquillità quasi stabile, speriamo bene!
    L'articolo che invece mi ha incuriosito e fatto riflettere è quello sulla verità. Ha stimolato tantissimo la mia curiosità, ho cercato su internet altro di Bonhoeffer, ho letto qualcos'altro ed ecco qui la mia riflessione.
    Mi sono venute in mente parole ascoltate in uno dei tanti seminario del Maestro Ferrini, che fa parecchi esempi come quello di caio che chiede "è passato di qui il nemico tizio" e l'altro risponde di no, anche se sapeva benissimo che era passato e dove si era diretto. La verità è sempre richiesta ma tenendo conto dei tre principi fondamentali: tempo, luogo e circostanza. E' il momento giusto per dire cosa penso? è il luogo giusto, ci sono le persone adatte a recepire tale verità? è la circostanza giusta, oppure meglio sarebbe aspettare?
    Mi è venuto in mente un accaduto di qualche settimana fa! Una mia parente lontana ha capito che un nostro nipote potrebbe essere omosessuale, nulla di grave, è una tendenza che sicuramente coinvolge il ragazzo stesso e la sua famiglia, che probabilmente sa, ma non dice nulla a nessuno forse neanche a loro stessi.
    Ora questa "lontana parente" cerca di parlare con i parenti stretti per dire ad ognuno questo "segreto" da non rivelare a nessuno ..... , l'ultima volta mi sembra si sia spinta oltre affermando che avrebbe voluto dirlo alla mamma del ragazzo per evitare che lo sapesse da altri.
    E' qui sta il punto: la verità. Quando la utilizziamo per una volontaria distruzione, meglio sarebbe tacere! Quando pretendiamo di dire la verità dappertutto e a chiunque ci circondiamo di una aureola di fanatismo della verità, che non ha riguardi per le sofferenze umane, si offende il pudore, si sorride con arroganza sulle rovine che ha causato. Questa verità che è distruttiva esige delle vittime.
    E quindi cosa vuol dire: "Dire la verità"? Ha un significato diverso secondo i ruoli che si occupano; i genitori devono pretendere dai figli piccoli la verità, ma i figli non possono pretendere dai genitori la verità, nello stesso tempo si dovrebbe spiegare ai bambini i limiti del dire la verità, cosa può causare dire la verità, non sempre comoda, e le difficoltà che incontreranno, crescendo, nel dire sempre la verità, intesa come quello che pensano. Trovandoci in diversi contesti: lavoro, famiglia, amici ecc.. possiamo pensare che tizio o caio sono brutti, cattivi, egoisti, non sanno far nulla, oppure meravigliosi, generosi, e saccenti ma tra il pensiero e la parola c’è un limite, devo chiedermi se ho il diritto di parlare, cosa mi spinge a parlare di queste cose e con chi; esiste un diritto di parola collegato al ruolo che mi è stato affidato.
    Nella storia dello scolaro, il maestro non aveva il diritto di chiedere davanti a tutta la classe se il papà fosse un ubriacone e il bimbo, in grande difficoltà, non potendo affermare, ha negato; non c’erano i presupposti di tempo, luogo e circostanza adatta perché il maestro facesse una domanda che riguardava la sua famiglia, il suo ambiente familiare, è una interferenza che non ha sopportato ed ha risposto negativamente, se ci fosse stato un adulto avrebbe sicuramento trovato le parole giuste per evitare una risposta falsa. Quindi la menzogna dei bambini deriva molto spesso dal fatto che si trovano di fronte a situazioni che non sono in grado di padroneggiare.
    Gli altri due bambini che si alzano, il primo per dire che il padre era veramente un ubriacone lo vedo come ingenuo che deve affermare a tutti i costi la verità, inconsapevole che potrebbe causare un danno al compagno, mentre l’altro, più sveglio si alza per difendere l’amico comprendendo il suo disagio e quindi asseconda la sua “non verità”. Potrei dire che il secondo è entrato in empatia con il compagno sentendo la sua difficoltà.
    C’era una canzone degli anni ’60 “Nessuno mi può giudicare” cantata da Caterina Caselli, che esordisce con La verità mi fa male, lo so... La verità mi fa male, lo sai! Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu (la verità ti fa male, lo so) …..
    Quindi il termine verità tradotto secondo la Psicologia Yoga con tre diverse accezioni: satyam semplicissimo, è un uomo, è una donna, è un cane, è un topo …… , nessun danno; ritam un livello più sottile che riguarda la sfera valoriale e profonda dell’individuo, e qui collocherei la risposta dell’alunno, va valutata nel tempo, luogo e circostanza; tattva, che riguarda il piano trascendente e quindi trascende anche l’idealità come l’esempio fatto di Gesù che dice di porgere l’altra guancia e poi al tempio caccia via chi del tempio aveva fatto un luogo di degrado, ed anche Padre Pio, che professava l’amore esce fuori dalla Chiesa e butta all'aria tutte le bancarelle che erano nel Sagrato antistante la Chiesa.
    In conclusione comprendendo profondamente il senso di “verità” e “dire la verità” mi soffermerei molto sul dire, quindi sulla parola che avvolte deve essere messa a tacere dal silenzio, un silenzio non mafioso, ma accolto, non parlo, se posso, per non nuocere, oppure utilizzo la parola per evitare di nuocere.

  • De Santis Matteo
    De Santis Matteo
    09 September 2015 at 18:01 |

    molto complessa la questione. provando però a semplificare, mi viene da osservare che nel luogo comune per 'dire la verità' sappiamo cosa si intende, cioè 'dire l'esattezza, l'oggettività'. quindi in un contesto di verità ispirata oso dire che è da osservare, come in tanti altri frequenti casi, che esiste un problema di senso e comunicativo di base. un fraintendimento per essere comprensivi.
    Inoltre desidero condividere un osservazione in più, forse, rispetto a quanto analizzato. Semplicemente noto che deve essere convenienza ampia ed evolutiva ma anche evitamento del padre. ovvero effettivamente dice il vero perche il padre effettivamente non è 'solamente un ubriacone'. in questo senso dice il vero, ma per questo non sarebbe possibile appellare nessuno in nessun modo se non sat cit ananda! :p

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