25
January
2016

RIFLESSIONE - l’empatia in ambito professionale: racconto di un episodio

Da una riflessione di una nostra Corsista di Counseling

Durante l’ultimo seminario ho avuto modo di riflettere maggiormente sull’approccio empatico col cliente in una relazione d’aiuto. Da lì a qualche giorno ho dovuto affrontare, a scuola, i colloqui generali coi genitori dei miei alunni; mi sono resa conto che ora avevo qualche strumento in più per affrontare questi incontri diversamente dal solito e la possibilità di trasformarli in un esperienza più costruttiva, se fossi riuscita a condurli come colloqui di relazione d’aiuto. Dico d’aiuto perché, anche se in modo velato, spesso i genitori chiedono aiuto o consigli per gestire i figli, che improvvisamente sono diventati ai loro occhi imprevedibili, ostili, svogliati, introversi o altro, grazie all’espandersi della loro adolescenza tanto eccitante quanto destabilizzante. Conosco bene quella sottile ansia che accompagna i genitori quando vengono a colloquio con noi docenti: le mamme, in modo particolare, tendono a sentirsi giudicate nel loro operato, soprattutto quando i ragazzi non hanno ottenuto un buon profitto o, peggio ancora, questi non si comportano secondo le aspettative dei genitori. D’altra parte devo ammettere che anche noi docenti spesso ci sentiamo in apprensione prima di incontrare i genitori di certi nostri alunni, che sempre più spesso ci ritengono responsabili di eventuali profitti non brillanti dei propri figli.

Quel mercoledì  pomeriggio avevo deciso quindi di adottare un approccio da counselor , con la convinzione che, mettendo in pratica le varie fasi  del colloquio con l’eventuale cliente che avevo messo a fuoco nel week-end  precedente, avrei potuto creare un’atmosfera più gradevole e proficua al confronto. Mi sono ripassata i passi che avrei dovuto evitare, per prendere distacco dalla modalità di sempre: il dare consigli (cosa che di solito mi viene spontanea e immediata), lo sdrammatizzare le problematiche che mi avrebbero esposto, l’interrogare indagando sulla situazione familiare o sulle dinamiche di certi comportamenti, a giustificare il comportamento dell’alunno. Mi sono impegnata a mettere in atto perciò i passi dell’accoglienza empatica, che riporto qui di seguito.

ESSERE PRESENTI

Ho cercato un attimo di raccoglimento per centrarmi,  prima di scendere dalla macchina e mi sono avviata verso la scuola respirando lentamente e a fondo mentre attraversavo il parco. Mi sentivo pronta , assolutamente disposta ad incontrare tante persone diverse. Un primo riscontro mi è arrivato immediatamente: l’insolita accoglienza calorosa del Dirigente e di una collaboratrice che ho incontrato entrando nell’edificio.

ACCOGLIENZA

Ho accolto ogni genitore, singolo o in coppia, col sorriso, ringraziandolo di essere venuto. Ho chiesto come stava, come stava la famiglia..Ho ribadito quanto fosse importante per noi docenti il confronto coi genitori dei ragazzi, il cui benessere è sempre l’obiettivo principale e comune.

ASCOLTO – Empatia silenziosa

Ho esordito con “Le va di raccontarmi cosa dice sua figlia o suo figlio a proposito delle nostre lezioni? “; come vive la classe, secondo lei? Ed altro… Ho lasciato che il genitore raccontasse, osservando come questa modalità lo aiutasse a sentirsi a proprio agio, a distendere i lineamenti del viso, a cambiare la postura, ad abbandonare “la difensiva”. In realtà sono venute fuori delle cose inaspettate, anche personali, addirittura intime, in merito al loro rapporto coi figli, alle incomprensioni, alle delusioni, ai cambiamenti repentini d’umore di questi. Un signore, addirittura, che conoscevo come persona chiusa e distaccata, si è commosso nel confessare la sua incapacità a creare un dialogo con la figlia, che vedeva non tutti i giorni, causa la separazione dalla moglie. Con grande onestà mi ha parlato del suo dolore e delle chiusure messe in atto dalla figlia nei suoi confronti, che lui non sapeva come affrontare. Gli ho offerto la mia interpretazione di docente sul comportamento della figlia, sulle dinamiche comuni a tutti gli adolescenti, con l’intento di spostare la sua attenzione dal propri sentimenti  a quel vortice di emozioni contrastanti che probabilmente stava vivendo anche sua figlia, con tutte le conseguenze del caso: ostilità, rabbia, apatia, indifferenza. Subito il genitore ha esclamato “Ma allora forse non mi odia!”; ho risposto che  la ragazza stessa probabilmente non sapeva con chi era arrabbiata, ma ce l’aveva con tutti e con nessuno, perché… perché questa è la sua adolescenza: è la sua emancipazione e la sua prigione, la sua voglia di scappare e la paura ad andare. Inoltre si stava preparando a scegliere la scuola superiore, cosa non facile. Alla fine si è congedato “meno male che sono venuto a parlare con lei , professoressa! Mi sento molto meglio! Grazie infinite" Ho sentito chiaramente anche durante altri colloqui il  piacere di certi genitori di essere ascoltati, senza alcun giudizio da parte mia.

PARAFRASI

Rimandando quello che avevo ascoltato, trasmettendo la mia empatia, qualche volta i genitori sono riusciti a fare da soli delle valutazioni opportune del comportamento del loro figlio, soprattutto di quelli più in difficoltà.

CONDIVISIONE

Poi ogni volta ho dovuto per forza comunicare le mie valutazioni in merito alla disciplina, i voti delle interrogazioni e delle verifiche. Ho cercato di  dirottare però l’attenzione sulla personalità della ragazza o del ragazzo, sulla sua più o meno evidente maturità ; ho indicato la mia personale opinione sulle sue capacità , sulle debolezze e sui punti di forza. Anche i genitori mi ascoltavano con attenzione e ho potuto, in qualche occasione, portarli a comprendere che le loro aspettative non corrispondevano sempre al modo di essere dei figli e, quando richiesto, ho suggerito di ascoltarli maggiormente per poter scoprire in loro degli aspetti nuovi della loro personalità, quali potenziali talenti.

Confesso che i colloqui con i genitori stranieri sono stati maggiormente impegnativi: la scarsa conoscenza della lingua, la loro quasi totale incomprensione del nostro modo di fare scuola (con mille iniziative, mille interventi, mille recuperi), qualche volta la soggezione nei confronti dei docenti, mi hanno costretto ad essere essenziale nel discorso, a cercare le parole più adatte, ma anche più semplici, per illustrare al meglio la situazione formativa dei loro ragazzi.

Alla fine, quel pomeriggio avevo incontrato una trentina di genitori e nessuno, contrariamente al solito, aveva espresso la minima polemica.

Cosa ancor più curiosa, le mie colleghe hanno lamentato poi l’atteggiamento risentito del  padre dell’alunna … che avrebbe anche discusso animatamente con l’insegnante coordinatrice di classe: era lo stesso signore di cui sopra.

Il pomeriggio del giorno dopo, la stessa storia nell’altra scuola: quaranta colloqui con i genitori. Stesso approccio da parte mia, nessuna polemica, neanche da parte dei genitori di quegli alunni che evidenziavano un profitto scarso. E stessa intima soddisfazione: avevo condotto ore di colloqui, ma non avevo vissuto alcuna tensione. Anzi, avevo ricevuto non poche manifestazioni di fiducia e stima.

La considerazione finale che posso fare è che questo tipo di approccio, che vorrò sicuramente perfezionare e adattare alla situazione, è risultato ottimale in quanto sono riuscita a dire la verità , anche nelle valutazioni più ingrate, senza dispiacere a nessuno genitore.

Naturalmente, fra gli altri, ho condotto anche dei colloqui assolutamente semplici, veloci, gioiosi: quelli con i genitori di ragazzini in gamba, corretti, volonterosi, ai quali ho espresso i miei personali complimenti.

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Commenti (1)

  • Daniela Paduano
    Daniela Paduano
    26 January 2016 at 17:03 |

    Sono fermamente convinta che l'uso dell'empatia
    in ambito scolastico, quindi verso gli alunni e verso
    I genitori, aprirebbe la via ad una scuola migliore. Possono
    cambiare i governi, le riforme, i programmi scolastici,
    i metodi...ma se non si cambia nel modo
    di porsi difronte all'altro ogni sforzo continuerà a risultare
    vano. Ne sono convinta come corsista di Counseling e come genitore.

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