|

Il 10 e 11 aprile e il 15 e il 16 maggio 2010, nell'ambito del Corso di Counseling del CSB per l'armonizzazione e lo sviluppo della personalità, si sono svolti due seminari tenuti da Marco Ferrini sul tema: “Relazioni di aiuto nell'assistenza ai malati terminali e ai loro familiari. Elaborazione dell'evento morte”.
I fenomeni della malattia e della morte sono stati studiati sotto differenti punti di vista, analizzando anche l'impatto che essi producono sul piano sociale, lavorativo, economico, relazionale per capire in che modo un counselor può costruttivamente intervenire nella vita di una persona che si trova ad affrontare ciò che rappresenta la crisi per eccellenza, aiutandola a gestire e ad elaborare tutto quel che che in concomitanza accade.
Lo scopo del Counselor, ha spiegato Ferrini, dovrebbe essere in primo luogo quello di stimolare il cliente a dare un proprio senso al vivere e al morire, per poter gradualmente superare l'angoscia, il terrore, il senso dell'ignoto e del dramma esistenziale che imperano in chi rimuove la realtà della malattia, della vecchiaia e della morte. La cultura moderna edonistica e consumistica induce ad obliare tale realtà e rende così gli uomini e le donne della nostra società sostanzialmente impreparati ed incapaci di affrontarla. Occorre invece stimolare la comprensione che senza ricercare il senso della morte non si potrà nemmeno realizzare appieno il senso della propria vita.
Se si è educati a porsi interrogativi del tipo: chi muore, cosa muore, perché si muore, ci si può aprire a sorprendenti risposte.
Secondo il Counseling ad orientamento bhaktivedantico, la comprensione della morte non come dissoluzione dell'essere ma come passaggio da una dimensione di esistenza ad un'altra nel ciclo evolutivo eterno della vita, e dunque la realizzazione dell'utilità della morte, è la più grande conquista che una persona possa fare nella propria esistenza. É una conquista che equivale alla massima espressione di libertà personale, perché nessuno potrà mai avere reale successo nell'imporre ad altri la propria credenza o visione costruttiva della morte. Tale realizzazione non può che essere eminentemente individuale.
Nella formazione del counselor la propria capacità personale di elaborazione dell'evento morte risulta fondamentale per poter orientare e aiutare altri in tale elaborazione; ciò in base a quel principio universale secondo cui si può dare solo quella ricchezza che si possiede. L'educazione a tale capacità di elaborazione risulta di rilievo prioritario se si considera che la propria concezione della morte esercita un'influenza determinante sulla propria personalità e dunque in generale sulla qualità della propria vita.
Come si può dare senso e valore alla morte, sapendo che è il non senso che spaventa e terrorizza? Il senso della morte è la risurrezione, il rinascere, il rivivere. La morte, ha spiegato Ferrini, crea opportunità di trasformazione evolutiva. Ciò lo si può realizzare osservando la morte non solo come evento finale del segmento di un'esistenza incarnata, ma anche come morire quotidiano delle proprie cattive abitudini, limiti o difetti caratteriali: rinunciare ad un modo sbagliato di fare significa morire a quel modo per rinascere ad uno superiore, così come la morte alla fine di un segmento di esistenza può condurre in dimensioni più elevate del vivere, se la persona consapevolmente le ricerca.
Nel corso dei due seminari sono stati spiegati il significato e le applicazioni pratiche di concetti chiave nella relazione d'aiuto ai malati quali: accoglienza, assistenza, accompagnamento, curare e prendersi cura. Sono state inoltre analizzate, anche attraverso l'ausilio di schemi, alcune dinamiche psico-sociali che possono caratterizzare l'esperienza della malattia terminale: shock, incredulità, sbigottimento, rifiuto e isolamento; collera, risentimento, odio, irritazione, gelosia e invidia; venire a patti con la malattia; depressione, accettazione.
Sia nei workshop che nelle lezioni teoriche sono stati offerti insegnamenti e strumenti per aiutare l'elaborazione del rapporto con la malattia invalidante e con la morte, aiutando il superamento di alcune delle principali paure correlate: paura dell'ignoto, paura della solitudine, paura dell'angoscia, paura della perdita del corpo, paura di perdere il controllo di sé, paura delle cose irrisolte, paura del dolore e della sofferenza, paura della perdita d'identità, paura della regressione.
Si è svolto anche un esercizio di Visualizzazione meditativa di accompagnamento alla morte, per favorire la disidentificazione dalle percezioni psicofisiche e la presa di coscienza del proprio sé spirituale e di quella sua intrinseca capacità di dare e ricevere amore che costituisce il più grande antidoto e strumento di vittoria sulla malattia e sulla morte.
|