Ne te quaesiveris extra, non cercarti fuori di te

PAOLA DE PAOLIS FOGLIETTA

Il viaggio della coerenza in sé stessi passa attraverso la dualità del mondo e in ogni sistema delle cose. Incontriamo la polarità, ovvero azione e reazione, in ogni parte della natura: nell’oscurità e nella luce, nel caldo e nel freddo, nel flusso e nel riflusso delle acque, nel maschile e nel femminile, nell’ispirazione e nell’espirazione. Lo stesso dualismo è alla radice della natura e della condizione dell’uomo.

“Ogni eccesso è la causa di un difetto, ogni difetto di un eccesso. Ogni dolcezza ha la sua amarezza, ogni male il suo bene”. Lavorare sugli opposti, prendere atto della loro contemporanea esistenza e imparare a trascenderli è la strada per capire noi stessi e tutto l’universo. Tutte le cose sono doppie l’una opposta all’altra. Solo la dimensione spirituale ci può elevare dal ping-pong esistenziale della nostra esperienza, come volare nella stratosfera in cui il sole non è coperto di nuvole e il cielo è perennemente terso, oppure negli abissi del mare in cui non si è toccati dal movimento ripetitivo e inesorabile nelle onde. Non sempre ci è possibile viaggiare così in alto o così in basso, quindi dobbiamo sviluppare l’abilità del surfista o dell’equilibrista sulla fune, cioè di colui che rimane in piedi con grazia e armonia anche se le condizioni circostanti sono molto pericolose. Questa è la nostra sfida. Questo è lo Yoga.
In questa tormenta - che potrebbe diventare un gioco divertente- della contrapposizione degli opposti ci viene chiesto di sviluppare il nostro Svadharma. Lo svadharma è il nostro dovere, o meglio , quello per cui siamo fatti, ciò per cui siamo al mondo. Negli opposti in cui cerchiamo di stare in piedi si manifesta il nostro svadharma, che è anche il nostro talento. Insistere su noi stessi sul nostro talento non è mica facile, ma quando ci siamo dentro siamo perfettamente in armonia con l’universo, siamo nel Dharma.
“ogni uomo ha la propria vocazione. Il talento è la chiamata. Egli possiede delle facoltà che silenziosamente lo invitano in quella direzione con una forza infinita (…) ogni uomo possiede questa vocazione a fare qualcosa di unico e nessun altro ne possiede una diversa. La sua pretesa di avere un’altra vocazione per nome, per elezione personale e per esteriori segni che lo rendano “straordinario e non presente nel registro degli uomini comuni” è fanatismo e tradisce un’ottusità a percepire che esiste un’unica mente in tutti gli individui. Facendo il proprio lavoro egli rivela sé stesso”. La legge della natura dice “compi il tuo dovere e avrai potere”, ma chi il suo dovere non compie, non ottiene potere.
Seguire il proprio daemon, occuparsi di ciò che ci è proprio è l’essenza del dharma e del nostro svadharma.
Quindi gli opposti individualità/socialità, introspezione/condivisione, meditazione/ascolto, sono solo alcune dei termini che si rimpalla il counselor. Il lavoro su dì sé costituito dal compiere il proprio svadharma non preclude il lavoro cooperativo con gli altri e il sentirsi parte di una grande famiglia umana, con cui si è sottilmente collegati. Non possiamo essere felici davvero, se qualcuno intorno a noi non lo è, è una specie di legge. Marco Ferrini docet. Chi sta lavorando per apprendere le competenze del counseling, capisce che per aiutare gli altri è necessario aver fatto “pulizia” dentro sé stessi, delle false credenze e dei falsi ego. E’ necessario aver individuato il nostro compito qui in questo mondo e per farlo è necessario ascoltare la propria voce interiore, che immancabilmente cozza con la realtà che ci circonda, che ci vuole uniformare e standardizzare secondo modelli che, spesso, non sono basati su principi spirituali, ossia su principi universali per il bene di tutti. Spesso i modelli che si impongono nella nostra cultura sono finalizzati al beneficio di alcune fette dell’umanità, non sono per tutti, per questo sono modelli discriminatori e selettivi che stabiliscono implicitamente l’essere “in” o l’essere “out”. Chi ostacola il nostro potenziale, obbligandoci a seguire comportamenti e discipline diverse da ciò che siamo, non ci ama davvero. Per essere sé stessi e seguire il proprio demone è necessario fare una piccola rivoluzione, ma è una faccenda interiore a volte siamo noi stessi ad ostacolare la nostra crescita e a non permetterci di fiorire, magari per orgoglio o schemi mentali che fatichiamo ad abbandonare.
Ogni fragilità partorisce una forza, la sconfitta prepara la vittoria e la grandezza nasconde le sue prove amare, così procediamo nella vita cercando la centratura, l’eterno dentro di noi e nessun dolore sarà un vicolo cieco, nessuna sofferenza ci schiaccerà fintanto che siamo vivi, flessibili, saldi, orientati verso il futuro, che in realtà.. è già qui.
Il seminario di formazione in counseling del Centro Studi Bhaktivedanta di marzo è stato molto ricco dal punto di vista esistenziale, filosofico ed esperienziale, emotivo.
La sensazione che io ho avuto andandomene, domenica pomeriggio, è stata di grande appagamento.
Seguendo le simulazioni di colloquio, gli esercizi vari, ascoltando la lezione, parlando con i corsisti, mi sono resa conto, in modo ancora più profondo del solito, che il dono più grande che si possa fare a un individuo sia “riconoscerlo”. Essere riconosciuti è l’esperienza fondamentale nella vita, aiutare le persone a riconoscere sé stesse, a riconoscere la necessità di auto-affermazione. Naturalmente è necessario che ogni persona abbia il coraggio di farlo da solo e abbia l’umiltà di seguire il proprio svadharma senza giudicarsi.

**Citazioni tratte da Ralph Waldo Emerson, Diventa chi sei , Donzelli editore, 2005, Roma

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