Un Mercoledì mattina all’hospice

ALESSANDRA

La caducità della vita, nella quotidianità, sfuma negli impegni di tutti i giorni e ne torniamo consapevoli, solitamente, solo quando qualcuno di caro o di molto giovane viene a mancare. Quando si entra in hospice la prospettiva cambia e la brevità della nostra esistenza prende una consistenza considerevole, con cui ci si confronta ogni momento.
Nei giorni scorsi ho pensato spesso ai volti che avevo incontrato nel corso del mio primo giorno di volontaria in Hospice e mi sono chiesta, più volte, se li avrei ritrovati nei loro letti. Purtroppo, quattro delle persone che avevo conosciuto la settimana scorsa avevano lasciato il corpo. Tra loro, qualcuno apparentemente non sembrava così provato, è anche vero che le cose precipitano in fretta quando le patologie presenti sono molto significative. V. invece, che si trova aggrappata ad un filo già da un po’, è ancora qui con noi, su questa terra. È sempre sedata, le sue sofferenze vengono alleviate dalle cure palliative e il suo volto nonostante tutto esprime serenità. Chi desta preoccupazione sono i suoi familiari: li ho visti stremati, sono come candele che si consumano nell’attesa dell’ultimo saluto, non è facile sostenere giorni, settimane, aspettando la morte. Non c’è più la speranza che qualcosa migliori e che V. ritorni sana e forte, l’unica speranza che si può coltivare è che sorella morte metta fine, quanto prima, a questo calvario. Impossibile, per me, stamane, non ricordare le ultime parole del mio nonno paterno: “Ricordatevi che è difficile morire!”
Il momento di dipartire comunque arriva, a volte molto velocemente: T. è entrata in hospice ieri sera e all’alba ne è uscita, lasciando il corpo. Mariano ed io abbiamo incontrato i figli nella cucina del reparto, stavano sorseggiando del tè con le lacrime agli occhi, era palpabile la loro tristezza, abbiamo offerto la nostra presenza, in quel momento non serviva altro. Con cautela abbiamo poi bussato alla porta della camera, dove il marito ed il genero vegliavano T. ancora nel letto. Si sono lasciati abbracciare, ci sono venuti incontro in quell’abbraccio, un bisogno silente di affetto, di sostegno, di partecipazione. Il marito ha raccontato la sofferenza vissuta dalla moglie durante la malattia, era commosso e allo stesso tempo sollevato, consapevole che la morte era stata una benedizione. Mariano, il volontario senior che mi affianca, delicatamente, ha chiesto se poteva leggere una preghiera. Dopo il loro consenso ha preso il portafoglio e ne ha estratto un foglietto, dove a mano ha trascritto un salmo, che ha letto sommessamente, come una ninna nanna. Mentre Mariano leggeva, mi sono avvicinata a T. le ho accarezzato una spalla, augurandole buon viaggio. So che la sua essenza è lì presente, perché ciò che muore è solo il corpo. Ho pensato che sarebbe stata frastornata in quel momento. Subito dopo la dipartita si trovava in una dimensione nuova, probabilmente con difficoltà nel comunicare, o nell’agire. Allora le ho parlato, senza emettere suono e le ho detto: “T. hai lasciato il corpo, immagino che sarai disorientata, non temere, abbi fiducia, sei pronta per una nuova vita, fai buon viaggio verso casa.” Ho osservato il suo volto, era bello, sereno e vi era l’accenno di un delicato sorriso. La figlia, ci ha raccontato che ha due bambini, il maschietto di sette anni era disperato dopo la notizia, mentre la piccolina di 5 era sicura che la nonna fosse già in paradiso e che un giorno si sarebbero ritrovati insieme a lei. “I bambini sono dei grandi maestri”, ho detto rivolgendomi alla figlia di T. “I tuoi bimbi avranno una luce speciale che li accompagnerà nella vita, stanne certa.” Tutti hanno annuito sorridendo. In punta di piedi siamo usciti dalla camera e li abbiamo lasciati da soli, avevano bisogno di condividere la tristezza, le loro lacrime, i loro ricordi.
Se in quella stanza c’era il dolore della perdita, in tutte le altre c’era vita da vivere e da sostenere. Quindi, dopo aver avuto il consenso dal personale infermieristico, ho preparato e portato il caffè per i per i pazienti di alcune camere, lo hanno bevuto con gusto a piccoli sorsi, come si assapora qualcosa di molto speciale. Le infermiere, nel frattempo entravano ed uscivano dalle camere sempre sorridenti, salutando i pazienti con nomignoli molto coccoli, li baciavano, fingendo di essere gelose per indurli a sorridere. A. ha sempre la battuta pronta e così è nato un botta e risposta molto simpatico. Nei giorni scorsi c’è stata anche la parrucchiera in reparto e ha fatto ad A. un taglio molto “grintoso” che ha messo in risalto i suoi occhi azzurri, facendolo sembrare più giovane e meno sofferente. Fa un sorrisetto compiaciuto quando si sente dire che è bello. Siamo stati lì, insieme, intavolando discorsi di ogni genere, intanto il tempo è scorso e le ore sono diventate più leggere.
Mariano, osservando che mi muovo senza disagio tra le persone e che riesco a dialogare senza difficoltà, mi ha lasciato da sola con T. che gradiva avere compagnia. Avevamo fatto conoscenza con facilità la settimana scorsa e in questo incontro si è aperta ad una condivisione molto interessante. Quando l’ho incontrata era un po’ contrariata perché aveva avuto l’incontro con la psicologa, che lei non vuole. In merito mi ha confidato: “I miei ricordi, belli e brutti, li condivido con chi voglio io e non con una “strizza cervelli”, lo avevo comunicato, quando sono venuta qui.” Si percepiva tuttavia dal modo leggero di raccontarlo, che ci stava anche un po’ giocando. “Sai, mi proposto anche un esercizio di meditazione, qualche giorno fa, non avrei voluto fare nemmeno quello, ma mi sono sentita in colpa a rifiutare ogni proposta, ed ho acconsentito. Con voce soave mi ha fatto chiudere gli occhi ed io che guardavo di sottecchi, ho visto che leggeva da un foglio, tutta quella serie di cose che dovevo mettere in atto, immagini, respiri e quant’altro che non ricordo. Mi veniva anche da ridere, e per non farlo davanti a lei, sai a cosa pensavo? Che qua sotto c’è un negozio che fa i tramezzini, sì, avevo voglia di tramezzini! Si è accorta poi che non ero rilassata e me lo ha anche fatto notare, ma in verità di fare quella cosa non ne volevo sapere. Deve aver capito che con me non funziona, perché stamattina, quando ci siamo incontrate, abbiamo fatto solo delle semplici chiacchere e mi è piaciuto molto.” La condivisione poi è continuata con qualche risata sulla scia di tramezzini e di happy hour.
In queste primeesperienza in hospice, sto realizzando nella sua pienezza quella famosa frase di Charlie Parker “Impara tutto sulla musica e sul tuo strumento, poi dimentica tutto sia sulla musica che sullo strumento e suona ciò che la tua anima detta”.

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