Agire o non-agire? This is the question

PAOLA DE PAOLIS FOGLIETTA

In questo periodo di forzata clausura oltre che allo smart working (per chi può, aimè) e fare ginnastica a casa, potremmo “affilare le armi” per nuovi progetti da mettere in atto quando sarà tutto finito. Naturalmente lo scenario che avremmo di fronte sarà molto diverso da quello che ci siamo lasciati alle spalle, molte cose stanno avvenendo in questi giorni e molte realtà si stanno disvelando davanti ai nostri occhi. Nel piccolo, le reazioni delle persone: ognuno di noi ha reagito a modo suo e ha disvelato il suo comportamento autentico di fronte alla paura, la costrizione e il disorientamento generale. Nel grande, l’Italia si sta interrogando sulle sue scelte politiche economiche dell’ultimo ventennio. Insomma tutti ci troviamo a ricalibrare le nostre priorità in base ai bisogni autentici che prima non avevamo tempo di ascoltare. Questo virus ci ha creato uno shock tale da farci uscire dallo stato di ipnosi in cui stava viaggiando la nostra società: estremamente materialista, convulso, estrovertito, per usare un termine del nostro maestro Marco Ferrini.
Quindi è il momento di pensare a nuovi obiettivi e il counseling del Centro Studi Bhaktivedanta è uno strumento importante che ci aiuta in questo, creare nuovi obiettivi utilizzando la crisi come opportunità. Marco Ferrini, dalla cui immaginazione è nato il Centro Studi Bhaktivedanta, con il suo Staff sta infatti costruendo un percorso riflessivo su Facebook che ha proprio questo titolo, mettendo a disposizione il loro carisma spirituale sul web, ora che ai corsi non si può essere fisicamente.
La nostra cultura classica non ci ha educato a ragionare per obiettivi come quella anglosassone che ragiona per risultati. Noi italiani siamo cresciuti in una cultura in cui a prevalere, più che il risultato è l’individuo, la persona e la nostra mentalità ci porta a ragionare più sul benessere delle persone che focalizzarci sugli obiettivi da raggiungere. Non voglio dire che un metodo è migliore dell’altro, anzi entrambi sono validi e se integrati portano a quel successo condiviso del win-win, che aspira a far uscire tutti vincitori.
D’altra parte la Bhagavad-Gita parla della non-azione. La Sadhana (disciplina) spiega questo mistero e cioè che si può avere tutto senza fare nulla, proprio come il sole, che immobile al centro del sistema solare irradia calore e magnetismo e permette la vita sul nostro pianeta e mantiene l’equilibrio dei pianeti che girano e girano su di sé e intorno a lui come dervishi rotanti. Esserci semplicemente è un mistero troppo alto per noi. Cos’è la non-azione?
Tutti noi siamo stati abituati a convincere noi stessi che il valore della vita consiste nell’attività. Se produci, fai cose, sei impegnato, tutti sono fieri di te e ti considerano una persona di valore. La vita significa lavoro. L’azione è segno di abilità e forza, quindi siamo tutti convinti che quando non facciamo niente non siamo individui significativi.
Con tutti i problemi che ci sono nel mondo da risolvere, le persone da aiutare e il futuro migliore da costruire, cosa significa non-azione? Stare tutto il giorno a meditare?
La non-azione significa agire, ma senza essere attaccati alle azioni e al risultato delle azioni.
Anche se le nostre azioni sono sante e disciplinate e tutti dicono “che santi che sono quelli, che disciplina ferrea che seguono”, ma se quelle azioni sono legate dall’attaccamento egoico, non sono sante, sono azioni buone per cui riceveremo il compenso dagli uomini, ma non porteranno altro che gratificazione al nostro ego.
Un’azione totale è una non-azione, un’azione che non lega. Questo è ciò che la Bhagavad gita ci dice di nuovo. Un’azione particolare è “legante”, ma un’azione totale non può legare, perché essa è equilibrata ed è una non-azione. È da tre anni che sto riflettendo su questo per capirne il significato ed è bastato guardare una ad una le mie azioni per scovare quelle egoiche piene di attaccamento e quelle pure e non erano tantissime, anche se io ero convita del contrario.
La perfetta rinuncia di cui parla il cap 18 della BG non è un vivere dissociato dal mondo, ma anzi, è impegnarsi in modo intelligente e operoso, creando obiettivi di crescita, perché gli obiettivi sorgono in noi quando stiamo bene, quando il tenore del nostro spirito è alto. Quello a cui dobbiamo rinunciare è voler tenere tutto per noi, alla nostra ragione, al controllo su tutto, a tenere le mani in pasta su tutto, nella nostra vita, sui figli, sui nostri compagni, sui colleghi di lavoro, che se qualcuno ci aggredisce o ci urta ci offendiamo a morte. Perché non c’è rinuncia, c’è attaccamento, anche alle nostre verità e punti di vista.
Quindi riassumendo, se ci poniamo un obiettivo vuol dire che stiamo bene; se è concreto che siamo in gamba; se lo realizziamo vuol dire che siamo dei vincitori; se non ne siamo attaccati, che siamo liberi.

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