Il servizio e la creatività

PAOLA DE PAOLIS FOGLIETTA

Uno dei fondamenti della ricerca spirituale è il servizio. Si dice che il servizio sia la più alta manifestazione dell’evoluzione umana, perché se viene fatto in modo disinteressato, dimostra che abbiamo risolto molti problemi egoici e condizionanti. Significa avere lo sguardo verso l’assoluto e non aver paura di perdere niente, perché tutto quello che si guadagna è offrendo il nostro tempo, il nostro ascolto, la nostra vita, le nostre debolezze, i nostri beni le nostre forze.
In realtà, già noi facciamo molte cose in una giornata e spesso le facciamo nel lavoro, per le altre persone, per agevolare, far crescere, migliorare le condizioni esistenti, guadagnare denaro, esperienza e professionalità. Che sia una madre di famiglia, un dirigente di una grande azienda, un artista, una colf, un libero professionista, una cassiera del supermercato, un influencer o un ingegnere (...) facciamo tutti un servizio per gli altri, ma è la nostra motivazione a fare la differenza. Per motivazione intendo la nostra attitudine relativamente agli obiettivi, i bisogni e le nostre tendenze caratteriali.
Non ci sono lavori santi e lavori degradanti, piuttosto ci sono le nostre intenzioni che santificano i nostri lavori.
Quindi il servizio è un’idea e un comportamento che abbiamo dentro di noi, in cui a prevalere non sono bisogni egoici ed egocentrici, in cui noi siamo attaccati perché attendiamo riconoscimento, ma sarà un’azione libera che non facciamo per noi stessi e forse non lo facciamo neanche per il “bene” degli altri, poiché anche questo può essere un attaccamento. Lo facciamo per qualcosa di più alto ancora. Anche farlo per un principio denota un attaccamento mentale. Il punto è che il servizio deve essere fatto con amore, perché esso è un atto creativo. Quando c’è amore c’è creatività e il servizio fatto con questa attitudine rende le nostre azioni dei capolavori.
La mia aspirazione profonda è essere creativa. Io lo sono a mio modo e al mio livello e mi accorgo che se rimane solo un’idea nella mia testa non lo sono realmente, perché deve in qualche modo essere riconosciuto, non certo per farmi dire brava, ma per calibrare se sono nella strada giusta o mi sto solo ingannando. Per tale ragione avere un maestro illuminato è utile. Perché quello che sembra buono a volte non lo è realmente e un maestro riesce a discernere le motivazioni profonde se si desidera percorrere un cammino spirituale e non si vuole semplicemente avere delle compensazioni emotive o identitarie o materiali. Devo ammettere che non ho un solo maestro e non è nemmeno vivente, non tutti almeno. I miei maestri di riferimento quando faccio qualcosa o mi interrogo sulle mie intenzioni sono diversi, di cui conosco bene la lezione (Khrisnamurti, Gesù Cristo, gli insegnamenti della Bhagavad gita e tanti altri non li cito tutti, ma c’è una coerenza di insegnamento).
Abbiamo un’idea della creatività, mutuata dalla produzione artistica dell’ultimo secolo, in cui l’arte è una specie di sfogo di conflitti e dubbi e provocazioni sul reale in cui l’artista si interroga e produce la sua visione del mondo. Eppure noi sappiamo bene che l’arte vera è universale, parla a tutti nello stesso modo, non è veramente eloquente se si riduce a un discorso puramente soggettivo che l’artista fa di sé; è transculturale, ma per esserlo deve partire dal cuore e comunicare direttamente al cuore, facendo vibrare livelli in cui la sola esposizione di teorie risulta insufficiente.
Forse è un po' azzardato associare il servizio alla creatività e all’arte, ma di questo sto parlando. Ed è strano farlo, visto che la tendenza di oggi è mostrare di essere migliori e avere delle vite splendide e straordinariamente interessanti. Cosa ci sarà mai di così affascinante nel servire!
Eppure servire per rendere sacra la nostra vita è ciò che desideriamo nel profondo, “erotizzando” la nostra esperienza per renderla intensa e valevole di essere vissuta. Se non “erotizziamo” le nostre azioni (nel senso di eros= amore) significa che non le rendiamo creative, interessanti e amorevoli. Senza perdere di vista l’intenzione. Non dico niente di nuovo lo so, mi limito solo a guardare la mia vita – a volte con gratitudine a volte con sconcerto- a prendere appunti e a girarveli.
E il counseling cosa c’entra in tutto questo? Bè, a questo punto ditemelo voi...

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