La qualità divina del perdono

Il perdono non è un atto istintivo ed immediato, bensì un processo trasversale che parte dalla volontà della persona che si è sentita offesa, per poi attraversarne il campo emozionale e spirituale.


In effetti, non si può dire che il perdono sia compiuto se non avviene attraverso una profonda consapevolezza che attiene al livello conscio e inconscio della personalità, in grado di frantumare a poco a poco condizionamenti radicati e invalidanti ai fini di un processo evolutivo.

Dal punto di vista della letteratura in ambito psicologico, la terapia del perdono ha acquisito, negli ultimi anni, maggior considerazione.
Ogni offesa al proprio io reca una ferita che solleva emozioni distruttive e tossiche che vanno a strutturarsi a livello inconscio, determinando la nascita di condizionamenti e difese.
Questi ultimi ci allontanano dal nostro autentico sentire, causando alienazione dal centro del nostro vero sé e, di conseguenza, malessere esistenziale.
Attraverso il perdono la ferita dell'io viene rimarginata: le emozioni tossiche e di conseguenza i condizionamenti ad esse legate si sgretolano. Il vero perdono elimina, così, ogni legame emotivo con l'offesa, che non scalfisce più.

Da qui l'importanza del perdono come cura del nostro ego ferito perché condizionato, malato, costretto a "dimensioni esclusivamente orizzontali". Non libero di volare e di accedere ad un piano "valoriale verticale". Le ali dobbiamo mettercele noi!

Il perdono è un atto strettamente personale, scevro da aspettative future sulla reazione e sul comportamento dell'altro.
In questo senso è, a piene mani, un processo di vera compassione, senza aspettativa di "ritorni" in termini materiali, emotivi e spirituali.
Il "do ut des", "do al fine di ricevere", viene ribaltato. Diventa, nell'autenticità, un "do per offrire": "per"-"dono" ("perfezione del dono") per il semplice gesto di donare.
In questo modo si eleva la coscienza condizionata ad un piano più alto, quello del vero sé, attingendo all' "idea perfetta" del donare.

Il perdono, nella sua liberalità di espressione, è un atto d'Amore, che ci avvicina alla misericordia divina, ci libera dal passato e ci porta a riscoprire la nostra essenza spirituale.
Esso deve essere esperito in primis su noi stessi, per essere poi esteso efficacemente nei confronti di altri.
Non sempre è facile perdonarsi. Il perdono di noi stessi comporta scendere negli inferi della nostra zona d'ombra: osservarla coraggiosamente, spesso provare dolore, sensi di colpa per l'errore commesso. Vi è il desiderio di chiedere scusa al danneggiato- prima ancora a noi stessi! -e di correggersi nel più breve tempo possibile.

Auto-perdonarsi è esso stesso un atto di auto-compassione. Nel collegamento dell'io a valori etici universali che ci guidano, al dharma come divino ordine cosmico, in noi e fuori di noi, possiamo trovare la forza e l'ispirazione necessarie ad innescare la leva del perdono.

In conclusione si può affermare che l'Esserci heideggeriano, gettato nel mondo e senza una direzione che non sia la certezza del proprio "essere per la morte" riacquista, nel collegarsi alla qualità divina del perdono, il senso e la meta del suo viaggio.

Elisa Brigida

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