Un percorso pratico per realizzare l’Amore per Dio

Il XII capitolo della Bhagavad-gita, come sottolineato da Marco Ferrini nel suo commento inserito all’interno della sua opera a commento di questo straordinario ed eccelso testo della tradizione Indovedica, rappresenta la “gita-sara”: “l’essenza della Bhagavad-gita”.

Qui la pedagogia di Bhagavan Shri Krishna raggiunge vette straordinarie sia dal punto di vista spirituale-teologico, sia da quello filosofico-epistemologico, sia da quello psicologico, il che è di importanza sostanziale e cruciale.

In questo articolo desidero portare all’attenzione dei lettori gli shloka che vanno dall’ottavo al dodicesimo di questo “adhyaya”, non certamente perché non vi siano altri punti imprescindibili, la Bhagavad-gita è una gemma eternamente risplendente e lo è in tutte le Sue diciotto parti e in tutti i settecento shloka che la costituiscono, tanto più in questa parte, il capitolo XII che ne è il cuore; mi ha particolarmente colpito la raffinata sensibilità psicologica, davvero extra-ordinaria, la profondità d’Amore che in essa si riversa, mostrando un rispetto enorme per il livello evolutivo di ognuno, e che tutta si manifesta nei quattro shloka di cui ho scelto di dire qualcosa che spero abbia un senso, in questa conclusione.

Il “Bhagavata Purana” (3.9.11) afferma:

tvam bhakti-yoga-paribhavita-hrt-saroja
asse shrutekshita-patho nanu natha pumsam
yad-yad-dhiya ta urugaya vibhavayanti
tat-tad-vapuh pranayase sad-anugrahaya 

Traduzione- “Mio Signore, i Tuoi devoti possono contemplarTi attraverso gli orecchi grazie alla pratica dell'ascolto spirituale con cui essi purificano il loro cuore, che diventa allora il Tuo luogo di residenza. Tu sei così misericordioso verso i Tuoi devoti che Ti manifesti a loro nella forma spirituale ed eterna sulla quale essi meditano costantemente”.

In quest’affermazione scritturale della “smriti”, si avverte potentemente una priorità, come un’urgenza del Signore: che noi, che tutte le anime coinvolte nel ciclo samsarico, entrino in una relazione d’Amore, in un afflato amoroso sempre più intenso e partecipato con Lui, quale Unico Oggetto di eterna adorazione

Krishna vuole che ci innamoriamo di Lui, noi siamo tagliati per questo, per essere Suoi, siamo tagliati per la Realtà, ed è Lui la Realtà, Egli chiede che diventiamo “bhakta”, i Suoi “bhakta” che così tanto gli sono cari:

“’bhaktas te ‘tiva me priyah”. (Bg.12.20).

In questa preghiera dello “Shrimad Bhagavatam”, è detto: 
“Tu sei così misericordioso verso i Tuoi devoti che Ti manifesti a loro nella forma spirituale ed eterna sulla quale essi meditano costantemente”, ovvero, la nostra felicità eterna e sempre in continua espansione, è la Sua priorità per noi, la Sua unica motivazione: sì, Egli ci vuole felici, felici perché colmati di una gioia che non svanisce, che non svanirà mai: la Sua.

Infatti, solo quando il sé recupera completamente tutte le proprie energie prima disperse nell’io storico “ahamkara”, la personalità umana può finalmente raggiungere quella sua peculiare caratura che ontologicamente e costituzionalmente le pertiene.

Così, con queste premesse, se qualcuno medita sinceramente e con devozione su una delle forme Divine, la quale gli è cara, Bhagavan Shri Krishna accetta amorosamente quella contemplazione e la reciproca sulla base dell’intensità e della continuità sinceramente a Lui offerta, della “sadhana” (disciplina spirituale) del Suo caro “bhakta”.

Similmente, nel XII capitolo, Egli afferma:

ye tu dharmamrtam idam
yathoktam paryupasate
shraddadhana mat-parama
bhaktas te 'tiva me priyah

Traduzione- “Coloro che seguono la via imperitura del servizio di devozione e s'impegnano in modo totale, con fede, facendo di Me l'obiettivo supremo, Mi sono molto, molto cari”, (Bg.12.20).

“mat-paramah”: considerando Me, il Signore Supremo, come il tutto”: è questo che Krishna ci sta dicendo, lo sta dicendo a tutti, lo sta dicendo per tutti quale meta suprema, “param-gati”.

È in quest’alveo, che bisogna allora interpretare l’intento di quegli shloka (Bg.12.9-12), ponendo lo shloka precedente, l’ottavo, sulla stessa conclusione ultimativa peculiare del ventesimo e ultimo partendo però dai sette che lo precedono, ovvero, dal XIII shloka.

Ora, entrando un poco nel discorso relativo a (Bg.8-12), l’oggetto di questa mia umile riflessione, possiamo subito notare che Bhagavan Shri Krishna, ci pone dinnanzi all’estatica contemplazione della suprema felicità:

Infatti, lo shloka ottavo afferma:

mayy eva mana adhatsva
mayi buddhim niveshaya
nivasishyasi mayy eva
ata urdhvam na samshayah

Traduzione- “Fissa la tua mente in Me, Dio, la Persona Suprema, e impegna in Me tutta la tua intelligenza. Così, senza dubbio, vivrai sempre in Me”.

Sublime è in vero questo porsi, questo situarsi dell’intero “cittah”, o anche “cittatma” nella Bhagavad-gita, “il complesso psichico”, nel Signore Supremo, questo è “prapatti”: “l’abbandono d’amore”, l’abbandono in Amore, l’abbandono all’Amore.

E che dire di questo “mayy” ripetuto per ben tre volte nello stesso shloka: “In Me”, “In Me”, “In Me”.

Quanto è insondabile l’Amore infinito di Dio!

La Sua profondità è inesauribile e inconcepibile!

La Sua intensità è gioia senza limiti, 

l’appartenenza ontologica che ne consegue per l’anima è di questo Amore, il più dolce trionfo.

“nivasishyasi mayy eva”: “Certamente vivrai in Me”, “na samshayah”: “Di questo non c’è dubbio”.

Così, il “cittatma”, tutto si trasfigura in Lui, in Lui trova finalmente il suo eterno rifugio: “govinda-nivasa”.

In tale livello di purezza spirituale, tutti i “dvandva” che lo limitavano e vincolavano nella tirannia di “ahamkara”, non lambiscono più la coscienza della persona ora liberata in Lui, sono trascesi e ricostituiti al livello eminentemente più alto: “vishuddha-sattva”, tutto il “sanga” posticcio, non evolutivo, non costruttivo, è ormai svanito perché trasceso e sublimato in una eccelsa purezza.

Tale è “vaikuntha”: tutti a giocare eternamente dei Suoi eterni giochi fatti di pura energia estatica, giochi questi, tutti capolavori incardinati e composti dal Suo Amore: questa è “bhakti”, e questi sono i divini “bhaktas” che in essa nuotano come grossi pesci in un oceano di dolcissimo nettare.

Ma per chi come me, è ben lungi da queste vertiginose altezze?

Per coloro che, proprio come me, hanno confuso il mezzo, la “prakrti” con il fine “ananda”, per questi esseri così sperduti nel ciclo samsarico, non c’è forse speranza?

Costoro devono forse perdere “la speranza dell’altezza” come Dante direbbe?

Ed è qui, ma non solo qui, che questo XII “adhyaya” emerge in tutta la sua profondità psicologica e filosofica.

O mio cuore, che sei così duro e condizionato, osserva la forza con cui Dio ti spinge a vincere la tua ostinazione!

Osserva grato e commosso, il dispiegarsi della Sua munificenza!

Guarda come Dio vuole la libertà per te come per tutti gli altri esseri, contempla come Egli vuole renderti, assieme a loro, libero!

Con gli shloka che vanno dal nono al dodicesimo infatti, Bhagavan Shri Krishna istituisce per la nostra vita, ma diremo per la vita in generale, delle modalità propedeutiche, Egli le fonda disvelandole qui per la nostra speranza, per la nostra progettualità in senso evolutivo e costruttivo, per i nostri cuori, per la nostra conquista spirituale, per il disegno educativo d’amore che ha per ognuno, diverso per ognuno, poiché ama infinitamente, costantemente pone dinnanzi agli occhi offuscati della nostra interiorità condizionata, un’aurea scala, che questi quattro shloka sostanziano, espongono e rivelano.

Ma prima di parlarne anche solo accennandone come io posso, bisogna premettere che lo spirito dell’offerta ne è il solido e verace fondamento, senza di esso nulla è possibile nella “bhakti”, nulla è accessibile, in quanto essa è scienza dell’offerta, non altro, nient’altro, amare Dio è offrire a Lui, e non potrebbe essere diversamente, l’amante non vuole altro che offrire e offrirsi all’Amato per essere da Lui visto, reciprocato, chiamato, abbracciato. 

È una mia idea e spero sia costruttiva per qualcuno, che in questi quattro pilastri della scala delle opportunità di ascesa che il Signore pone alla nostra attenzione, vi sia innanzitutto un grande e forte richiamo all’umiltà. Infatti, per evitare alla nostra psiche autoinganni o auto-sabotaggi o illusioni, Egli ci mette a nostro agio a qualunque punto ci troviamo nel percorso della “bhakti”.

Ci dice in prima istanza:

“Mio caro Arjuna, o conquistatore delle ricchezze, se non riesci a fissare la tua mente in Me senza deviare, osserva allora i princìpi regolatori del bhakti-yoga. Svilupperai così il desiderio di raggiungerMi”. (Bg.12.9).

Non ingiunge ad Arjuna soltanto l’abbandono incondizionato in un amore devozionale sciolto da ogni condizionamento, “vimukta-sanga”, non dobbiamo, io credo, assumere atteggiamenti frutto di quel gran pericolo che è l’emulazione e questo perché non li abbiamo ancora realizzati, e quindi non sono nostri, non li sentiamo ancora, allora, mediante la “sadhana-bhakti” a fondamento della quale stanno “yama e niyama” che si riassumono nei quattro Principi della libertà, mediante ciò dice Krishna: “mam icchaptum”: “svilupperai il desiderio di raggiungere Me”.

Quindi dobbiamo, praticando con determinazione la “sadhana-bhakti” come dice questo shloka, sviluppare l’umiltà di vederci per come realmente siamo e quindi anche per ciò che non siamo, va precisato che naturalmente questo sforzo può avere successo soltanto sotto la guida esperta e insostituibile di un Maestro autentico e appartenente alla tradizione che rappresentiamo o vorremmo in qualche modo aspirare a rappresentare.

L’esortazione ad “amanitva”, che troveremo esplicitamente richiesta nel successivo capitolo, è forte: abbi l’umiltà di riconoscerti incapace di quelle vette, e prima sviluppa il desiderio realizzato non emulato, di volerle gradualmente raggiungere mediante la pratica e i principi, strumenti sicuri e indispensabili per l’avanzamento spirituale.

Ma se non riusciamo a praticare quel sentiero, allora come possiamo aspirare alla nostra ontologica Meta? 

Lo possiamo, Avendo l’umiltà di riconoscercene momentaneamente incapaci, e attuando la terza proposta di Bhagavan Shri Krishna, che afferma:

“Se non riesci a mettere in pratica i princìpi regolatori del bhakti-yoga, cerca di dedicare a Me le tue attività perché agendo per Me raggiungerai la perfezione”. 

Quindi Krishna non dice di andare a scotomizzare parti della personalità con ciò che ancora spiritualmente non è stato conseguito, ecco ancora la necessaria presenza dell’umiltà.

“mad-artham api karmani / kurvan”: offrire a Dio ogni attività che si svolge, procurando che sia nel “dharma”.

A seconda del grado evolutivo dunque vi è, qui offerta, una modalità. Tuttavia, è quanto ci è stato rivelato nello shloka precedente, è la “sadhana-bhakti” soltanto che permette gradualmente lo sviluppo del desiderio spirituale, e questo va tenuto ovviamente molto presente data la funzione centrale di esso nell’acquisizione delle spirituali “adikara”.

Essa, la “sadhana-bhakti”, è infatti la via richiesta dalle tre fonti presso le quali si può apprendere la conoscenza: Guru, Shastra e Sadhu, e anche dalle tre fonti della conoscenza, “prasthana-traya”, “shruti, smriti e niyaya”.

Ma bisogna guardarsi intimamente e senza autoinganni, bisogna pensare che non necessariamente si è pronti a offrire a Lui, all’amato Signore ogni attività, anche questo richiede “amanitva”.

“kurvan siddim avapshyasi”: “Così facendo raggiungerai la perfezione”, e qui bisogna ricordare e rimandare, a quanto Shriman Matsyavatara ha gentilmente spiegato a proposito  di chi è perfetto, e di chi è più perfetto.

Nello shloka 11 poi, sarà:

“sarva-karma-phala-tyagam / tatah kuru yatatmavan”: “la Rinuncia ai frutti delle azioni”, la modalità, opportunità che ci viene offerta previo la nostra umiltà di accogliere il nostro reale stato evolutivo.

Ma qui, in questo XI shloka, viene anche detto: “tatah kuru yatatmavan”, ovvero, “diventa consapevole della tua natura spirituale”. Questo perché, se si rimane attaccati al piano di esistenza “adhibhautika”, se insomma, si rimane convinti di essere materia più o meno sottile, più o meno complessa, si perde completamente, prima ancora di cominciare, la dimensione dell’offerta. Solo comprendendo che non siamo il corpo materiale grossolano o sottile che è per natura temporaneo, ma siamo l’anima spirituale eterna, sapiente e beata, che siamo dunque fatti, costituiti di eterna e consapevole gioia, è possibile intraprendere il percorso di reintegrazione e sublimazione della personalità umana.

Bisogna dunque diventare “atmavan”: “consapevoli di essere l’anima spirituale e non il veicolo di “prakriti” che la riveste, e qui Krishna ce lo ribadisce per l’ennesima volta: “diventa consapevole della tua natura spirituale”, così ci dice questo shloka XI.

In questo disvelare di Dio, che è anche un disvelarsi, vi è per noi, vi è per tutti noi, motivo di speranza e di gioia, di gioia e di speranza, in quanto sappiamo che se svilupperemo gradualmente il desiderio di diventare “atmavan”, allora questi due termini così usati a sproposito molte volte, diverranno entrambi, la gioia e la speranza, parte di un valore ancora più immenso, assai più grandioso: “shraddha”: “la fede”, “ciò che è nel cuore”, o, come dice Bhagavan Shri Krishna nell’ultimo shloka di questo XII “adhyaya”, “shraddhadhana”, ovvero, “la ricchezza della fede” una fede così mal riposta quando si è allo stato condizionato, che è tutto interessato alle categorie del fenomenico.

Quindi, non si tratta certo di fatalistica rassegnazione, né di una sconfitta annichilente e frustrante, no, è totalmente vero il contrario come abbiamo ora visto, soltanto accogliendo uno stato lo si può portare gradualmente a un livello superiore di coscienza.

Accogliersi dunque, non disprezzarsi, non scotomizzare parti di sé a favore dell’egemonia dell’io storico, accogliersi, umilmente, senza vittimismo, senza cinismo né pietismo, e lasciarsi aiutare da chi lo può: il nostro Guru.

Ma per sviluppare questa capacità di offerta del frutto, di non attaccamento ad aspettative chiuse che asfissiano la creatività personale e non tengono in alcun conto delle potenzialità di Dio, ci si può, come viene da Krishna proposto nello shloka successivo, il XII, dedicare alla conoscenza, acquisire cioè strumenti che strutturino, fondino, impiantino gradualmente e progressivamente in noi la consapevolezza profonda della non-prescindibilità, anzi direi dell’urgenza, della realizzazione spirituale come lo scopo più alto, “paramartha”.

Così, lo shloka XII afferma:

“shreyo hi jnanam abhyasaj”: “Se non riesci a seguire neppure questa via, coltiva la conoscenza”.

Sembrerebbe dunque, che la conoscenza sia più in basso, sia come relegata a una posizione poco importante, ma essa è basamento costruttivo, atto a creare quella predisposizione adeguata, che tanto è importante per la reale comprensione, per poter conseguire progressivamente “adhikara”, “competenze”, per l’autentica consapevolezza interiore, al fine di acquisire la quale, esiste per gli esseri incarnati, il laboratorio che chiamiamo “prakrti”, la nostra vita di ogni giorno.

Tuttavia, dice Shri Govindadeva, il Signore Supremo:

“superiore alla conoscenza è la contemplazione”, o la meditazione.

Infatti, la bonifica del campo psichico presuppone conoscenza ma è superiore ad essa perché è foriera di sblocchi, di intuizioni, di ispirazione, di introspezione, e, soprattutto, di armonizzazione delle emozioni, dei pensieri e dei desideri, e cala così nella vita ogni conoscenza: questa è orto-prassi, quando cioè la metafisica si manifesta nel divenire, nel trasformare la coscienza.

Ma se si resta connessi troppo fortemente ad aspettative chiuse vincolanti e precludenti, si può non riuscire, e cadere ancora e ancora.

Per questo Krishna dice in questo shloka XII: 

dhyanat karma-phala-tyagas / tyagac chantir anantaram”: “e superiore alla meditazione è la rinuncia ai frutti dell'azione perché la rinuncia permette di raggiungere la pace della mente”.

Quale ineffabile munificenza è quella del Signore!

Quanto immenso è il Suo dare, e dare, e ancora dare, per la nostra felicità, per la felicità delle Sue tanto amate creature!

Indegnamente e inadeguatamente, mi sono permesso di ripetere in modo del tutto inappropriato, aggiungendovi qualche mia riflessione, quello che credo di aver appercepito, non imparato e meno ancora realizzato, ma è così almeno nell’aspirazione, riguardo alle ben più elevate spiegazioni del Maestro a proposito di questi cruciali shloka.

Ma lo studio di essi, in chiave psicologica, deve certamente essere urgentemente approfondito dalla scienza psicologica che, io ritengo, ne potrà trarre un contributo inestimabile: questo io auspico pregando. 

Intanto, affinché il “bhakti-yoga” venga glorificato nel mio cuore che tanto ne ostacola lo sviluppo in me, riponendo tutta la mia speranza nel Servizio d’Amore a Dio offerto, vorrei ricordarmi  quel verso della Shri “Caitanya caritamrta” che afferma:

divyad-vrndaranya-kalpa-drumadhah-srimad-ratnagara-simhasana-sthau
srimad-radha-srila-govinda-devau
presthalibhih sevyamanau smarami

“In un tempio di gemme preziose, a Vrindavana, sotto un albero dei desideri, Sri Sri Radha-Govinda, serviti dai Loro compagni più intimi, sono seduti su un trono scintillante. Offro Loro i miei umili omaggi”. (CC.adi.1.16).

Luca Pistolese (Lilasuka das) 

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